Lo Stato come Glovo?
Lo Stato come Glovo.
Sì, il titolo è provocatorio, ma non più della realtà che descrive.
Perché se un imprenditore, per diciassette anni, tenesse una persona dentro il sistema con incarichi rinnovati di continuo, senza versarle i contributi e senza riconoscerle tutele elementari, nessuno avrebbe difficoltà a qualificare la situazione.
Non parleremmo di vocazione, non useremmo parole nobili, non invocheremmo la specialità del ruolo.
Diremmo, molto semplicemente, che siamo davanti a un abuso.
E invece, quando questo schema ha riguardato i Giudici di Pace, per anni si è preferito raccontare un’altra favola: quella della magistratura onoraria come dimensione quasi sospesa, essenziale per far funzionare la giustizia ma stranamente esclusa dai diritti minimi che qualunque lavoratore pretenderebbe senza dover arrossire.
Il punto, però, è che la retorica ha un limite: finché serve a coprire il problema funziona, quando arriva una sentenza scritta bene inizia a scricchiolare.
Ed è esattamente quello che è accaduto con la decisione del Consiglio di Stato del 2 aprile 2026, n. 2716, che ha affrontato una delle questioni più imbarazzanti del nostro ordinamento: pretendere funzioni essenziali da professionisti stabilmente inseriti nel sistema giustizia e, nello stesso tempo, negare loro ferie retribuite, trattamento di fine rapporto, copertura previdenziale e una tutela effettiva contro l’abusiva reiterazione dei rapporti a termine.
La pronuncia non dice che i Giudici di Pace siano integralmente assimilabili ai magistrati togati, e sarebbe sbagliato affermarlo.
Dice una cosa diversa, molto più seria e molto più difficile da aggirare: la differenza di status non può diventare il paravento dietro cui cancellare del tutto i diritti fondamentali.
Perché una distinzione ordinamentale può anche esistere, ma se la usi per giustificare l’assenza totale di tutele stai semplicemente trasformando una categoria professionale in una risorsa usa e getta al servizio dello Stato.
Il Consiglio di Stato, infatti, ha riconosciuto il diritto alle ferie retribuite per tutto il periodo di servizio, il diritto al trattamento di fine rapporto, il diritto alla regolarizzazione della posizione previdenziale con obbligo contributivo in capo al Ministero e, soprattutto, il diritto al risarcimento del danno per abusiva reiterazione dei contratti a termine, liquidato in quattordici mensilità.
E qui la questione diventa persino più interessante, perché cade anche l’ultimo rifugio del formalismo: quello secondo cui la natura onoraria dell’incarico, le modalità di reclutamento o la non totale sovrapponibilità con la magistratura professionale sarebbero sufficienti a giustificare qualunque compressione di tutela.
Non è così.
E non è così soprattutto alla luce del diritto dell’Unione europea, che da tempo ha chiarito come il giudice di pace, almeno con riferimento alle condizioni di impiego, debba essere considerato lavoratore a tempo determinato, con la conseguenza che non può subire un trattamento deteriore privo di ragioni oggettive reali, precise e concrete.
Tradotto dal giuridichese all’italiano corrente: non puoi tenere qualcuno per anni a far funzionare un servizio pubblico essenziale e poi sostenere che, proprio perché il suo ruolo è “particolare”, allora può fare a meno di diritti che per tutti gli altri sarebbero scontati.
In fondo, è sempre la stessa storia italiana: il lavoro è prezioso quando bisogna garantire produttività, continuità, numeri, carichi di ruolo e smaltimento dell’arretrato.
Diventa improvvisamente evanescente quando bussano alla porta ferie, contributi, tutele e responsabilità del datore di lavoro.
Solo che, in questo caso, il datore di lavoro non è un privato qualsiasi.
È lo Stato.
E la cosa più surreale è proprio questa: il soggetto che dovrebbe incarnare la legalità e pretendere il rispetto delle regole è riuscito per anni a comportarsi come il peggior datore di lavoro, salvo poi rifugiarsi nella nobiltà della funzione pubblica per evitare di pagare il conto dei diritti negati.
E allora forse il titolo non è eccessivo.
Forse è fin troppo gentile.
Perché qui non si tratta solo di precarietà.
Si tratta di un meccanismo istituzionale che ha considerato normali pratiche che, se fossero state adottate da un imprenditore privato, avrebbero generato indignazione immediata.
La verità è che i Giudici di Pace sono stati indispensabili quando servivano e quasi invisibili quando hanno chiesto riconoscimento.
Sono stati considerati parte integrante del sistema quando c’era da reggere la giustizia quotidiana, ma improvvisamente “altro” quando il discorso si spostava su ferie, previdenza e stabilità.
La sentenza del Consiglio di Stato non risolve da sola tutti i problemi della magistratura onoraria, ma rimette almeno le parole al loro posto.
E, qualche volta, è già molto.
Perché il primo passo per smontare un abuso diventato abitudine è smettere di chiamarlo organizzazione.